Storia del Debito Sovrano

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Cause e genesi del debito pubblico.

di Marco Caffarello ( Articolo 2014)

 
Come ogni realtà ecumenica ha una sua storia ed evoluzione, allo stesso modo la
realtà del debito pubblico italiano, causa di infiniti problemi e dibattiti dell’opinione pubblica, ha la sua storia ed evoluzione.
Un interessante e ben scritto articolo pubblicato dal sito indipendente Economy 2050, portale fondato nel 2011 di informazione economica, ha tracciato una dettagliata ed analitica storia del debito pubblico italiano, evidenziando in particolare le cause che lo hanno determinato fino a raggiungere la schizofrenia e l’insostenibilità dell’attuale condizione, e a quanto sembra, stando all’articolo, destinato anche ad aggravarsi.
D’altronde la conoscenza delle cause alla base di un fenomeno economico permette in seguito una sua gestione, e a ben vedere le cause della crisi del debito più che essere attribuili ad una natura squisitamente e strettamente economica, vengono a dipendere infatti da comportamenti sociali non più sostenibili, come l’elevato tasso di evasione fiscale, quanto da scelte politiche errate, non avendo mai la governance, nei decenni, che via via hanno visto sempre più lievitare verso l’alto i numeri del debito, attuato politiche davvero capaci di invertirne il corso della sua storia. Ebbene, si possono identificare una causa contabile, dipendente dallo scarso gettito fiscale che lo Stato ha ottenuto negli anni e dal simultaneo incremento della spesa per interessi a cui sono state sottoposte le casse, e una causa strutturale a fondamento della scarsa produttività e della nota crescita Zero ormai da quindici anni a questa parte.
E’ con gli anni 70′ che il debito pubblico, spiega l’articolo, inizia a dare i primi segni di non controllabilità, parimenti infatti allo sviluppo della forbice tra entrate fiscale e spesa corrente; analizzando i dati economici del triennio 1971-74 è dimostrato infatti che simultaneamente al calo del gettito fiscale dello 0,5%, la spesa delle casse statali cresceva dal 36,9% del triennio precedente al 43,4% del periodo di riferimento, e questo poi a seguire. Ciò nonostante all’inizio degli anni 80′ l’Italia non era ancora in Europa il Paese con la maggiore spesa corrente al netto degli interessi e di spesa per investimenti, Stati come la Germania ferma al 45% e la Francia al 47%, contro il nostro 39%, registrano nello stesso periodo di riferimento un maggior sforzo delle casse pubbliche, a dimostrazione quindi che la spesa sovrana non è stata la vera causa della schizofrenia di questi tempi. Il gap si è venuto a creare con la crescita esponenziale dell’evasione fiscale; all’inizio degli anni 80′ mentre Francia e Germania si registrava un gettito pari al 49%-50% del PIL, in Italia l’entrate fiscali non superavano il 39%, e questo poi a seguire fino alla realtà degli ultimi anni nei quali si stima che le mancanze delle entrate equivalgono alla cifra mostruosa di 150 miliardi di euro
l’anno, niente male infatti. D’altronde solo poco tempo fa studi della BCE e del Fondo Monetario hanno riportato che il Bel Paese è il primo in Europa per evasione fiscale pari al 54,4% del reddito non dichiarato, seguito da Romania al 42,4%, Bulgaria 39,8%, Estonia 38,2% e Slovacchia al 35,4%.
Vien da sé che l’insostenibilità dell’invasione fiscale ha ineluttabilmente finito nella storia per ripercuotersi sulla spesa corrente al netto degli interessi, e questo è infatti un’altra bella piaga che all’origine del buco di oggi.
Se infatti fino all’inizio degli anni 80 la spesa pubblica è stata ben contenuta, con il divorzio che si è avuto nel 1981 tra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia fu inaugurata letteralmente una nuova era di politica monetaria, un fatto storico che alla luce di ora si è rivelato infatti nefasto; con la riforma la Banca centrale con sede nel centralissimo palazzo Koch di via Nazionale a Roma acquisì infatti piena autonomia, slegandosi di fatto e in via definitiva dall’obbligo di legge di finanziare illimitatamente il debito sovrano, a fronte della totale autonomia della classe dirigente di allora, e
poi di quella successiva, di allocare risorse per investimenti e spesa corrente per interessi ‘a piacimento’.Si genera quindi una spirale; per sopperire all’evasione endemica che non consentiva di coprire la spesa corrente necessaria per i servizi pubblici, pensioni e stipendi, la classe dirigente si è trovata infatti sempre più nella necessità contingente di richiedere capitali all’estero, ma data la vulnerabilità della nostra economia,( l’articolo cita infatti la crisi del debito pubblico che colpì il
Paese al tempo dello scandalo di tangentopoli dei primi anni 90′ tale da sottoporlo alla ferocia della speculazione internazionale e al conseguente aumento dello spread), ha offerto tassi di interesse per i finanziamenti esteri sempre più vantaggiosi per i creditori, questo perchè naturalmente dovevano essere coperti tutti i rischi ai cui i crediti si esponevano, e così ha origine l’inseguimento
agli interessi del debito pubblico.
Si aggiungano poi gli errori di valutazione commessi storicamente dalla governance che in quanto tale hanno accelerato ulteriormente la crescita della voragine, come quella di non caricare la pressione fiscale sulle rendite finanziarie, redditi da capitale e in generale i grandi patrimoni, ovvero là dove è di fatto la maggioranza dei capitali, escamotage perfetto infatti per un grande evasore e al tempo stesso produttore di disuguaglianza sociale, avendo la classe dirigente storicamente preferito, come insegna il ‘rivoluzionario’ economista francese e ministro per il governo Hollande, Thomas Piketty, tassare più il reddito da lavoro, i salari, che i grandi patrimoni.
Miopia si è dimostrata anche per le politiche di approvvigionamento energetico di cui siamo storicamente dipendenti ed importatori, una necessità inalienabile che ha avuto tuttavia l’effetto di accrescere ulteriormente il debito per interessi, senza che a questo abbia mai fatto seguito un efficiente piano di rinnovamento industriale, neppure quando il disavanzo primario lo consentiva.
Se poi aggiungiamo le spese improduttive, gli enti inutili, il clientilismo delle assunzioni nella pubblica amministrazione, gli enormi ed inutili costi della burocrazia e il ritardo nel rinnovamento tecnologico che in quanto tale ridurrebbe i costi di gestione, comprendere la crescita esponenziale del famigerato debito pubblico non deve essere poi così complesso.

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