L’uguaglianza che fu di Giacomo Leopardi

Breve trattazione sull’analisi leopardiana dell’idea di uguaglianza.

Marco Caffarello ( Articolo scritto nel 2014)


E’ interessante guardare da presso alle speculazioni filosofiche sull’idea di uguaglianza di quello che a conti fatti è il più grande Genio italiano della modernità, Giacomo Leopardi, la cui grandezza aspetta ancora un più ampio riconoscimento.
Ebbene, com’è noto l’intera opera leopardiana si presenta come narrazione della caduta dell’uomo dallo stato di beatitudine degli antichi, caratterizzato dal vigore del corpo e dalla pienezza della facoltà immaginativa, allo stato corrotto e spiritualizzato degli uomini moderni, descritto dal recanatese alla stregua di una seconda natura.
Rintracciare le cause che sono all’origine della caduta dell’uomo dallo stato felice degli antichi a quello corrotto dei moderni tratteggia anche le fasi della speculazione leopardiana, per cui, secondo la canonica ( ed obsoleta) distinzione tra pessimis640px-Leopardi,_Giacomo_(1798-1837)_-_ritr._A_Ferrazzi,_Recanati,_casa_Leopardimo storico e pessimismo cosmico, è dapprima l’uomo responsabile del suo declino essendosi costituito in una seconda natura, e quindi in un primo momento è l’uomo a portare in sé la sua contraddizione, impianto che il recanatese eredita dalle speculazioni che furono di Rousseau, per poi, in una seconda fase del suo pensiero, allargare la contraddizione naturale dell’esistere delle cose e della società direttamente alla Natura, quando anche il pessimismo del poeta diverrà per l’appunto cosmico.       Ma se per il filosofo ginevrino la caduta dell’uomo dalla stato di beatitudine degli antichi alla corruzione dei moderni si inquadra all’interno di una storia idealizzata, per il Genio di Recanati, fedele alla sua critica ad ogni innatismo delle idee, per cui le cose non si prestano ad alcuna necessità del loro esistere, la caduta si spiega essenzialmente come caduta del vigore e vitalismo del corpo corrottosi a favore di una genesi di una seconda natura ormai completamente spiritualizzata, da cui ha poi un senso per il poeta parlare di civiltà.
Posta la fede del poeta per un’indagine esclusivamente materiale della Storia, la storia naturale si sostanzia allora come storia della differenza naturale, avendo la Natura in origine creato e distribuito la massima differenza possibile non solo tra le specie, ma anche tra gli individui di una stessa specie.                                                                                  Si nota dunque un’impostazione squisitamente empirica dell’indagine di Leopardi, la sua vicinanza a pensatori come Locke, da cui apprende infatti la critica ad ogni innatismo delle idee, la ricerca leopardiana dell’origine guarda infatti solo a verità fattuali dell’esistenza, al dato fisico ed antropologico della natura umana.
Secondo il Recanatese la Natura ha voluto infatti una naturale differenza di disposizione tanto tra l’uomo e le altre specie, quanto tra gli uomini nel loro insieme: la differenza che pone la natura è una differenza biologica, l’unica forma di ‘innatismo’che Leopardi può consentire, ma posta questa naturale differenza sarà poi il corso degli eventi portati avanti dalla seconda natura che appartiene all’uomo spiritualizzato ad essere fondamento di una storia della disuguaglianza.
Disposizione naturale, tuttavia, non significa per Leopardi facoltà naturale: mentre con la prima il poeta designa infatti la sola caratteristica in origine di una qualsiasi specie, la seconda, come la facoltà dell’uomo di parlare ad esempio, si acquista invece con l’esercizio, si apprende nell’esperienza, nel progresso naturale della disposizione che è in origine, un’impostazione quindi che nega ogni trascendenza dogmatica del Sapere, per ancorarlo invece nella fattualità materiale del corpo e delle sensazioni.
Questa insistenza del poeta sulla materialità delle disposizioni delle specie, per gli aspetti antropologici della natura umana, da cui evince che nulla è necessario e nulla preesiste alle cose ma tutto è prodotto dell’esercizio e del caso, costituisce infatti l’essenza squisitamente morale della sua indagine, per cui egli potrà osservare dalla materialità del desiderio contenuta nella Teoria del Piacere delle prime pagine dello Zibaldone ‘l’universale miseria della condizione umana‘ che canterà nelle ultime fasi del suo pensiero. L’uomo infatti corrompendosi in una seconda natura, ormai completamente spiritualizzata e nella quale dominante è il potere geometrico della Ragione, dove nulla è lasciato al potere delle immaginazioni, elevandosi ad Essere perfetto e necessario e illudendosi esso stesso di perfettibilità, ha trasformato l’infinita differenza delle disposizioni naturali nella pratica della disuguaglianza sociale che per Leopardi ha una duplice contraddittorietà; da una parte la società civile ha trasformato le naturali e infinite differenze della natura in una realtà estranea a lei medesima, uniformando per tal guisa le infinite qualità delle disposizioni naturali nell’Uno della Legge e dei Costumi, e contribuendo a formare ad una rappresentazione falsa della sua unità e alla formazione dello stato di noia che caratterizza il vivere insieme dei moderni, dall’altra ha portato alle estreme conseguenze le differenze che sono della natura attraverso una genealogia delle disuguaglianze nella società.
Diversamente da altri filosofi, come Hobbes per esempio, Locke e Kant, il passaggio dell’uomo dallo stato di natura allo stato civile nel pensiero Leopardi non rappresenta una conquista, nè tanto meno una necessità razionale, ma al contrario palesa l’artificiosità se non l’assurdo del suo stesso nascere e poi esistere, tanto da manifestarsi in una duplice contraddizione, quella appunto della cd. uguaglianza di superficie, per cui l’unione sociale è solo apparente, ma più profondamente si
presenta come pretesa dell’uniformità della struttura e come negazione delle naturali differenze che in essa sopravvivono, generando in tal modo uno stato universale di noia, così come portando all’estremo le naturali differenze realizzate con pienezza nello stato della disuguaglianza sociale.
Con la modernità per il poeta-filosofo non esistono più i concittadini come nelle poleìs greche, o come nella Roma dei Cesari, ma solo sudditi, questo perchè nei secoli i modi della gestione del potere dell’uomo spiritualizzato e civile hanno cambiato forma; alla gestione del potere degli antichi che avveniva nello spazio pubblico dell’agorà, si sostituisce il potere occulto dei moderni. E questo si ripete e si rinnova anche e sopratutto nella dimensione del lavoro che inserito nel contesto sociale porta fino all’estremo le naturali differenze che appartengono poi alla realtà contingente, altrimenti, osserva giustamente il Genio di Recanati, a cosa servirebbe nella società l’introduzione della moneta? “E notate che l’uso della moneta quanto è necessario a quella che oggi si chiama perfezione dello stato sociale, tanto nuoce a quella perfezione ch’io vo predicando; giacchè il detto uso è l’uno de’ principalissimi ostacoli alla conservazione dell’uguaglianza fra gli uomini, e quindi degli stati liberi, alla preponderanza del merito vero e della virtù ec. ec. e l’una delle principalissime cagioni che introducono, e appoco appoco costringono la società all’oppressione, al dispotismo, alla servitù, alla gravitazione delle une classi sulle altre, insomma estinguono la vita morale ed intima delle nazioni, e le nazioni medesime in quanto erano nazioni. Quel che si è detto della moneta si può dire di mille altri usi ec. necessari alla società o civiltà, e pur d’invenzione ec. difficilissima, come la scrittura, la stampa ec. (16. Giugno 1821.).
Una data quella riportata nel carteggio leopardiano dello Zibaldone dei Pensieri che testimonia la lontananza momentanea del pensiero del poeta da quello che sarà poi l’approdo a cui giungerà la sua intera e frammentaria speculazione, allorchè sarà la Natura a vestire le forme della contraddizione, a volere indifferentemente, nell’eternità dei cicli che le appartengono, il male delle sue parti, la naturale sofferenza dell’esistere delle cose senza che a queste appartenga una ragione del loro soffrire, per cui agli occhi di Leopardi è l’uomo che nella società riproduce la contraddizione che vive nella natura; così come è la natura come sistema, come eterno ciclo di produzione e distruzione decantato in quella che a conti fatti è l’Operetta più celebre del poeta, Dialogo della Natura e di un Islandese, a volere la distruzione delle sue parti per la conservazione di lei medesima, allo stesso modo la società civile è contraddizione perchè rende concreta la disuguaglianza sociale che lo stesso ordine produce per essere tale e conservarsi. Non a caso, differentemente dai suoi precedessori, la conclusione a cui giungerà la speculazione di Leopardi, data l’irreversibilità degli eventi e l’impossibilità di ripristinare l’età dell’oro che fu delle prime civiltà, approderà all‘infinità vanità del Tutto di A sè stesso, perchè il Tutto è per il filosofo-poeta un Nulla, e solo attraverso la sua conoscenza, la consapevolezza della certezza della sua verità, ‘nulla al ver detraendo’ egli va infatti cantando, sarà possibile edificare ‘quella social catena, figlia di verace saper, onesto e il retto conversar cittadino’, che il poeta indicherà con la fine della sua prosa in la Ginestra e il fiore del Deserto.

 

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