Metafisica della Globalizzazione

globo

Il pensiero metafisico a fondamento del processo storico della globalizzazione a partire da un saggio di Ulrich Beck

di Marco Caffarello

 

 

Se si vuole comprendere a pieno cosa significa globalizzazione, allora è utile rispolverare un saggio scritto solo qualche anno fa, nel 1999 per l’esattezza, da Ulrich Beck, sociologo di fama mondiale e tutt’ora docente di sociologia presso l’Università di Monaco di Baviera e la London School of economics: Che cos’è la Globalizzazione. Ebbene, così scrive tra le righe il sociologo, un lavoro che, alla luce degli avvenimenti che si sono verificati posteriormente alla stesura del libro, dimostra non solo la lungimiranza del suo pensiero, frutto naturalmente di un’impostazione concettuale e culturale ben definita, ma sopratutto che le problematiche indicate nel testo restano ancora tali:

Nella dimensione della Globalizzazione economica a differenza delle altre, è facile che il nuovo non appaia tale a chi guarda la realtà da un punto di vista storico.”

Cosa vuole dire infatti? Per rispondere è certamente necessario astrarre dalla realtà fattuale, contingente, astrarre dal progresso della tecnica e dell’innovazione sempre diveniente, costretto dalle esigenze dello sviluppo tecnologico a rinnovarsi senza una soluzione di continuità, per orientarsi invece in quelli che sono i presupposti strettamente metafisici della realtà globalizzata, cosa può avere infatti una siffatta struttura del reale in comune con la tradizione del pensiero, e a ben vedere sotto questa prospettiva d’indagine la contemporaneità del pensiero cd. postmoderno non è poi così lontano dalla struttura della metafisica epistemica che fu di Platone e dell’idealismo, per cui il molteplice che è nel reale e del reale è ricondotto all’Uno sempre vero e necessario che fu dell’idea:

Il globalismo riduce la nuova complessità della globalità e della globalizzazione ad un’unica dimensione- quella economica- che viene anche pensata in maniera lineare come tutto ciò che dipende permanentemente dalle regole del mercato mondiale.”

Sembra infatti di rileggere, quarantanni dopo la sua pubblicazione, le teorie che già Hebert Marcuse nel 1963 indicò chiaramente in ‘L’Uomo ad un sola dimensione’, naturalmente quella della tecnica e della finanza.

Ulrich Beck resta quindi fedele al lessico che già il filosofo della scuola di Francoforte utilizzò per la stesura del suo capolavoro, per cui anche in questo caso il platonismo, la tradizione idealista, è visto come modello in negativo che, essendosi radicalizzato in assoluto, nell’Uno sempre vero, immutabile e necessario, non può che di fatto essere contraddittorio, se non addirittura tirannico, come la letteratura filosofica contemporanea documenta.

Cosa indica infatti Beck con il termine di globalizzazione? Ebbene così è detto:”Con il termine di Globalizzazione si indica il processo in seguito al quale gli Stati nazionali e la sovranità vengono condizionati e connessi trasversalmente da attori trasnazionali, dalle loro chance di potere, dai loro orientamenti, identità e reti.”

E’ evidente ancora una volta l’eredità metafisica della tradizione platonica, per cui la molteplicità dei mercati, di fatto relativi alle specifiche identità nazionali, è ridotta alla necessità dell‘Uno che si ha con la Globalizzazione; così come per il sapere epistemico le opinioni, frutto dell’attività sensibile ma non di quella intellegibile, devono essere ricondotte all’unità sempre vera e necessaria dell’Idea, allo stesso modo le infinite differenze dei mercati e delle identità nazionali alla necessità unitaria della globalizzazione. Scrive ancora Beck nel suo capolavoro:

Tutte le altre dimensioni –globalizzazione ecologica, globalizzazione culturale, politica policentrica, il sorgere di spazi ed identità transnazionali – vengono generalmente tematizzate solo presupponendo il dominio della globalizzazione economica. La società mondiale viene così ridotta e contraffatta nella società mondiale.”

Tant’è, da un punto di vista di una filosofia della storia, questo approdo della modernità appare persino come un risultato ‘lineare‘ dell’evoluzione; lo stesso Ulrich Beck parla infatti della globalizzazione anche nei termini di una seconda modernità, a dimostrazione della radicalità di una siffatta struttura del pensiero nella realtà immanente della storia.

Ma, attenzione, sebbene lineare ed unitaria, Beck distingue globalizzazione da globalismo e globalità, essendo il primo termine ( con il quale il sociologo indica il condizionamento dei mercati nella vita degli Stati nazionali ) quasi alla stregua di un risultato matematico degli altri due: con globalismo infatti Beck indica la rimozione e sostituzione dell’azione politica nella gestione degli Stati con l’ideologia del mercato mondiale, mentre con globalità significa, spiega il sociologo, vivere da tempo in una società mondiale, e questo nel senso che la rappresentazione di spazi chiusi diviene fittizia.

La globalizzazione si presenta quindi coma una strategia del dominio, non più nei termini politici, la cui azione è stata di di fatto rimossa, ma in quelli dell’economia e della finanza. Rappresentarsi infatti spazi chiusi è di fatto impossibile; pensare che possano esistere economie che non obbediscano all’ineluttabilità del processo diveniente della globalizzazione è di fatto utopico.

Beck parla infatti di irreversibilità dei processi storici della globalizzazione, allo stesso modo in cui i teorici dello Stato moderno, da Hobbes a Locke per finire a Rousseau considerarono irreversibile l’uscita dell’uomo dallo Stato di Natura per entrare a far parte di una comunità retta da leggi, che pur sottraendo all’agire degli individui parte della loro naturale libertà, ne garantisce il rispetto dei diritti inalienabili che per essenza appartengono ad ogni individualità e che di fatto possono essere tutelati dal tutto civilizzato.

Vien da sé che all’Uno dello Stato si sostituisce ora con la globalizzazione l’Uno dei mercati a cui inerisce di fatto la contraddittorietà della sua forma; nonostante infatti con la globalizzazione si assista al trionfo dell’etica liberale e dei liberi mercati, i mercati di fatto sono a fondamento della crescita della povertà sociale, della disuguaglianza, dei problemi ecologici, dei tagli alle politiche di Welfare, delle pensioni, delle spese sanitarie, come a dire il libero mercato è solo di maniera, costituendosi di fatto come uno strumento del dominio.

http://www.ilnotiziariofilosofico.it/2014/05/la-metafisica-della-globalizzazione.html

 

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