Il caso ILVA; storia di una vergogna e di un conflitto tra diritti

ilva

Nella data del 16 aprile la Commissione Europea ha notificato all’Italia una nuova messa in mora per la produzione dell’impianto siderurgico dell’ILVA di Taranto; a rischio un nuovo stop.

di Marco Caffarello

Alla luce dell’ultimo rapporto redatto dall’Organizzazione mondiale della Sanità relativo all‘inquinamento atmosferico, che certifica nero su bianco come al mondo ogni anno muoiano sette milioni di persone per patologie connesse all’aria che respiriamo, una statistica questa stimata poi per difetto, e ciò nonostante rappresenta un ottavo dei decessi totali per cause non naturali, è opportuno ripercorrere la breve storia del caso ILVA di Taranto, la tristemente nota fabbrica siderurgica al centro delle polemiche da due anni a questa parte per gli effetti che l’inquinamento dei suoi impianti hanno sulla salute dipendenti e la popolazione del quartiere Tamburi, e per il prezzo in termini squisitamente occupazionali che la città sta pagando per colpe di cui non ha alcuna responsabilità.

Il caso Ilva può essere infatti letto in più modi; da una parte smaschera impietosamente le lacune gestionali della classe politica, incapace trasversalmente di porre rimedio ad una deriva che il caso ha voluto coincidere con il più grave stato di crisi economica del Paese dal dopoguerra ad oggi, dall’altra rappresenta l’emblema, il paradigma perfetto, del grado di insostenibilità a cui è giunto lo sviluppo, basato, com’è noto, sullo sfruttamento irrazionale ed illimitato delle risorse naturali e dei combustibili inquinanti, tanto da creare al giorno d’oggi, una volta portati a maturazione gli effetti di una data prassi incondizionata, i presupposti per l’inizio di uno scontro tra diritti parimenti inalienabili e costitutivi di ogni persona, quali sono quello alla salute e quello al lavoro.

La città di Taranto vive quindi da due anni a questa sulla propria pelle, da quando il 26 luglio il gip Patrizia Todisco ordinò il sequestro di sei impianti della fabbrica siderurgica per disastro ambientale procurato, quella che a conti fatti rappresenta la contraddizione dello sviluppo, tanto da arrivare a porre un Aut Aut sia alla classe dirigente così come alla popolazione locale, scegliere tra la salute o il lavoro.

E’ noto che la storia del caso ILVA ha conosciuto negli anni diversi ribaltoni e cambi di scena; dopo infatti la chiusura degli impianti del luglio 2012, che scatenarono nella città pugliese una vera e proprio ondata di proteste, tanto da richiedere l’intervento in prima persona dell’allora ministro per l’Ambiente, Corrado Clini, che assicurò la continuazione della produzione, nel maggio dello scorso anno, il 2013, la Corte Costituzionale ribaltò la sentenza del Tribunale di Taranto consentendo la ripresa della produzione degli impianti sequestrati nel rispetto assoluto, tuttavia, dei vincoli ambientali imposti dalla nuova autorizzazione.

Eppure come racconta la cronaca degli ultimi eventi, la produzione industriale rischia ancora un nuovo stop; il 16 aprile infatti la Commissione Europea ha notificato all’Italia una nuova ed ennesima messa in mora sulla vicenda dell’impianto siderurgico di Taranto, aggravando pesantemente il quadro delle violazioni del diritto europeo commesse dall’Italia, a cui vanno aggiunti, infatti, i pendenti relativi alle condizioni dei detenuti nelle nostre carceri.

Secondo infatti la lettera redatta dai burocrati dell’Unione ‘non ci sono i requisiti per il proseguimento della produzione industriale’, non avendo l’Italia e le istituzioni non solo recepito la direttiva IPPC (Industrial Pollution Prevention and Control) sull’inquinamento e la prevenzione, ma anche altre due direttive, quella sulle Emissioni Industriali (2010/75/EU) e la direttiva Seveso sulla prevenzione dei rischi di incidenti industriali rilevanti.

Secondo i rilevamenti, l’inquinamento prodotto dall’azienda nell’area limitrofa lo stabilimento di Taranto costituisce infatti un pericolo immediato per la salute della popolazione, per cui l’autorizzazione rilasciata dal Governo a continuare la produzione (Autorizzazione Integrata Ambientale) nel febbraio di quest’anno, non ha i requisiti necessari a garantire la continuazione dell’attività stessa.

Il richiamo della Commissione smaschera quindi la farsa dell’ultimo decreto dell’esecutivo in materia di tutela ambientale, nel quale è bene ricordare è stato inserito anche il decreto sulla Terra dei Fuochi e l’introduzione del cd. reato ambientale, in quanto non solo la produzione dell’impianto avviene nella violazione sistematica delle norme ambientali prescritte e disciplinate dall’Ue, ma a ben vedere anche il reato che la Legge si prescrive di combattere si dimostra ridimensionato in quanto ad efficacia, essendo il reato ambientale da ora perseguibile solo se sarà possibile dimostrarlo come irreversibile; come a dire, se l’ILVA, o chiunque altro, è perseguibile penalmente per reati connessi all’inquinamento ambientale, si dovrà dapprima riconoscere l’irreversibilità dei suoi effetti, un’impostazione della legge, si vede già da sè, che va quindi pienamente incontro a chi di fatto inquina, come l’ILVA in questo caso.

Ne consegue che nella realtà di fatto e contingente la fabbrica di Taranto continua a produrre nella finzione e nell’indifferenza generale, ad alimentare la sua opera di distruzione in quanto la produzione avviene ciò nonostante ancora in barba alle prescrizioni previste dalla legge italiana ed europea, produce senza aver mai realizzato alcun investimento importante e senza aver smantellato l’area a caldo fortemente inquinante, usando le stesse tecniche di produzione che per anni hanno liberato diossine, benzoapirene, idrocarburi e che, secondo le perizie della Procura di Taranto e i decreti del gip, sono causa di malattie e di morte, oltre che di disastro ambientale.

A fronte di ciò la classe politica trasversalmente continua a servirsi dell’ILVA come spot perfetto da sfruttare nella propaganda, sopratutto ora che la data per elezioni si avvicina, ma al di là della retorica, di ciò che correttamente la politica deve dire, nulla filtra della verità di fatto, nulla emerge sulla casistica dei decessi, così come nulla di ufficiale viene detto dal Ministero della Salute di Beatrice Lorenzin.

Tant’è gli ultimi dati pubblici sull’ILVA risalgono addirittura a quattro anni fa, al 2010 grazie ad una stima dello Studio Sentieri, che già quantificava, quando ancora l’industria siderurgica era lontana dai riflettori della cronaca, al 20% la crescita dei casi di tumori nelle zone adiacenti l’impianto, in particolare i casi di tumore al fegato, cresciuto del +75%, all’utero +80% e dei polmoni, +48%.
Come a dire, almeno la classe politica ed imprenditoriale tra il profitto e la produzione e il rispetto dell’ambiente e della salute ha già operato la sua scelta di campo.

 http://www.ilnotiziariofilosofico.it/2014/05/il-caso-ilva-storia-di-una-vergogna-e-di-un-conflitto-tra-diritti.html

 

 

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