Un pensiero oscillante tra Smith e Marx, Thomas Piketty

piketty capitave XXI secolo

 

Nella data del 19 aprile il giovane ministro francese Thomas Piketty ha avuto modo di raccontare di sé e meglio esporre le sue idee che stanno molto facendo discutere l’opinione pubblica. Il pensiero economico e filosofico di Piketty è infatti un pensiero che si muove tra Marx e Smith, tra due ‘opposti’ che il ministro sembra saper conciliare

di Marco Caffarello

Nella data di sabato 19 aprile è stata pubblicata dal New York Times un’interessante intervista a Thomas Piketty, giovane direttore (classe 1971) de l’Ecole des hautes etudes en Science sociales (EHEES) a Parigi, attuale ministro per la cultura del governo Hollande ed ex consigliere di Ségolène Royal,divenuto famoso al mondo per il successo che ha ottenuto il suo ultimo saggio di economia, ‘Il Capitale nel XXI secolo’, un titolo, basta leggerlo, che palesa quindi una radice apertamente socialista e marxista, di colui che sarà, a detta di molti, il più grande economista del domani, non fosse anche per i numerosi premi già ricevuti.

La fama di Piketty nasce infatti per il suo interesse,parafrasando Nietzsche,per una genealogia della disuguaglianza sociale, per la scissione della massa in due classi perfettamente distinte sia per qualità che per quantità, il famoso 1% di soli ricchi a cui si contrappone il 99% della popolazione mondiale caratterizzata da livelli progressivamente sempre più bassi di vita fino a livelli, come sappiamo, di povertà assoluta.

Thomas Piketty ritiene che la tendenza all’incremento della forbice sociale sia generata dall’iniquità che l’attuale sistema fiscale impone alla massa, una pressione del fisco infatti che il giovane economista individua gravare più sulle spalle del semplice contribuente, sul salario di un qualunque lavoratore medio, che sulla proprietà reale dei patrimoni, una natura del sistema che così posto è infatti causa diretta, e responsabile, della genesi dell’inuguaglianza, di classi distinte, quella dei proprietari di patrimoni e quella degli ‘operi’ e lavoratori.

Sono evidenti, quindi, tanto la nomenclatura quanto gli strumenti che il ministro francese utilizza per il suo studio, eredi diretti della dialettica che fu di Marx.

Tant’è in appendice al saggio sul ‘Capitale del XXI secolo’, pubblica per la casa editrice Seouil il saggio ‘‘Per una rivoluzione fiscale, un’imposta sul redditto per il XXI secolo’, nel quale vengono esposte più nel dettaglio e più tecnicamente da un punto di vista economico, avvalendosi di dati statistici, le fasi, o la fenomenologia che il sistema fiscale adottato dall’establishment mondiale nel corso degli ultimi trenta, quarantanni, ha recato in seno alla struttura sociale, nella genesi della disuguaglianza: il corpo politico, storicamente, preferendo, una volta esaurite le spinte espansioniste del primo capitalismo del dopoguerra, le sole che l’economista indica essere state autrici non casualmente di una seppur breve esperienza di uguaglianza realizzata, di gravare la pressione del fisco sul reddito del lavoro salariato anziché sulla proprietà del patrimonio, ha finito per generare un ‘default di sistema’, una sorta di ‘disuguaglianza sistemica’, che ha provocato da una parte la lenta e progressiva desertificazione del ceto medio, la borghesia, dall’altro l’esponenziale aumento della forbice sociale paragonabile ai livelli del XIX secolo, il secolo per l’appunto che fu di Marx.

lo Stato, secondo le teorie del ministro, anziché essere autore di politiche progressive, è stato responsabilmente artefice di politiche regressive che hanno finito per penalizzare la realtà contingente del reddito da lavoro piuttosto che quella dei patrimoni, ovvero è stato rinnovato, direbbe Marx, lo spirito del feudalesimo, essendo un tale sistema a sostegno di un privilegio quasi di natura dinastica; il vero fattore di discriminazione sociale Piketty lo individua infatti nell’istituto dell’eredità, la leva attraverso la quale il ‘privilegio’ si trapassa tra le generazioni, da padre in figlio, tenendo naturalmente fermo il principio immutabile del diritto di proprietà.

La logica poi indica la via: se a determinare la ricchezza è l’eredità dei patrimoni, che al contempo vengono sgravati dalla classe politica del peso fiscale, e non è invece il reddito da lavoro sui ricade, paradossalmente, il peso maggiore più gravoso della tassazione, non è difficile infatti dedurre una ‘genealogia della disuguaglianza come sistema’, il reddito infatti di per sé non sarà mai sufficiente per creare Ricchezza.

Solo in Francia, ad esempio, fino a qualche decennio fa, sopratutto nel dopoguerra, il rapporto tra il patrimonio e il redditto era di 2 a 1, a partire dalla fine degli anni 70′, spiega Piketty, i due termini sono sempre più andati distanziandosi, e sempre più a favore del patrimonio, fino a stabilizzarsi in quello che è l’attuale rapporto di oggi, fermo al 7 a 1, ossia come quello che si viveva nel XIX secolo, il secolo di Marx, il secolo della prima industrializzazione.

L’esempio francese resta tuttavia uno dei tanti, un sistema fiscale adottato infatti ormai a livello globale, un sistema per l’appunto che vale in Francia, così come nel Bel Paese; recenti dati della Banca d’Italia confermano che attualmente il 10% delle famiglie italiane detiene in pratica poco meno della metà della ricchezza totale nazionale, il 47% nel dettaglio, a fronte del restante 53% che è condiviso dal 90% delle famiglie( nel quale risiederebbe anche la fantomatica classe media).

Sta qui, tuttavia, il vero punto di genialità delle teorie di Piketty, quel qualcosa in più tali da poter ‘resuscitare’ persino un mostro come Marx, e a ben vedere è ciò che poi lo mette in contatto con un altro mostro della Storia del pensiero dell’uomo quale fu Adam Smith, il filosofo padre del liberismo e autore dell’intramontabile saggio, per l’universalismo delle idee che vi sono esposte, ‘La Ricchezza delle Nazioni’.

Diversamente infatti dal filosofo del materialismo storico, che riteneva come una certezza indubitabile il tramonto, il collasso del capitalismo, essendo il suo impianto su cui egli stesso prende forma e vita contraddittorio, per cui il suo espansionismo, ossia la natura che permette al capitalismo di sopravvivere, arriverà ad un punto tale da franare su sé stesso, così come sembra poi ad una prima lettura a partire dalla contingenza dell’attuale crisi economica, Piketty confuta, grazie alla statistica, questa certezza marxista, affermando il suo opposto: il capitalismo cresce inesorabilmente, senza freni, il capitale, la massa monetaria circolante aumenta esponenzialmente di anno in anno, il PIL mondiale, confermano dati delle istituzioni economico-finanziarie del mondo, crescono costantemente, fenomeni che quindi sembrano dare ragione, da un punto di vista della verità dei dati numerici, alle teorie liberiste di Smith sull’inesorabilità della Ricchezza delle Nazioni.

Storicamente infatti, spiega Piketty, le Nazioni, lo Stato, apparati burocratici connessi, sono stati autori della crescita economica collettiva, tant’è, spiega ancora il giovane filosofo-economista, anche i patrimoni, i beni dello Stato, sia in immobili in quanto tale, sia in termini più dettagliatamente finanziari, sono cresciuti negli ultimi anni in modo rilevante, una realtà, quindi, che di fatto confuta ogni velleità di decrescita della Ricchezza.

Ecco spiegato, quindi, perchè il pensiero di Piketty è un pensiero oscillante tra Marx e Smith, tra un pensiero che eredita il lessico materialista con il quale interpretare il divenire della società e un pensiero che non si fossilizza nell’ideologia, ma guarda da presso alla realtà della tendenza del capitalismo, che è quella di crescere.

La chiave di volta, quindi, è una chiave morale, sembrerebbe: alla crescita infatti del capitale fa da seguito un inversamente proporzionale crescita della disuguaglianza sociale, tanto da radicalizzarsi in due classi quasi perfettamente distinte per l’appunto, l’1% e il 99%.

La responsabilità dello Stato è quindi palese, quantomeno da un punto di vista politico, e quindi di gestione degli strumenti che danno poi luogo all’organizzazione sociale, compreso l’ordine fiscale.

Per Piketty, quindi, se si vuole invertire la rotta e scongiurare così un domani l’esistenza di soli pochi ricchi e tanti soli poveri, è necessario sin da ora introdurre un’imposta sul reddito unica e progressiva ripartita equamente tra lavoro e capitale, così come una tassazione dell’eredità tra il 50 e il 60%; bisogna riportare, secondo l’economista, il fisco a livello del singolo, tanto per la sua realtà salariale, quanto per quella patrimoniale.

http://www.nytimes.com/2014/04/20/business/international/taking-on-adam-smith-and-karl-marx.html

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