Saggi filosofici; perchè il Capitalismo è andato in crisi? Una lettura da una prospettiva marxista.

marx Com’è noto, la caduta della Lehman Brothers Holding Inc. del dicembre 2008 è considerata simbolicamente dagli economisti e dalle attuali classi dirigenti come l’inizio della crisi economica internazionale, ma secondo una lettura marxista della storia la crisi di oggi risponde perfettamente alla logica dell’espansionismo capitalista fino ad un punto tale da franare su sè stesso.

di Marco Caffarello

Com’è noto, la caduta della Lehman Brothers Holding Inc. del dicembre 2008 è considerata simbolicamente dagli economisti e dalle attuali classi dirigenti come l’inizio della crisi economica internazionale, la tempesta finanziaria che ha abbattuto le Borse di tutte il mondo, dapprima negli USA, dove si suole indicare la genesi, e poi via via nelle altre aree, Europa su tutte.

Eppure, avremo fatto caso, non fosse anche per l’abitudine degli argomenti quotidianamente dibattuti, a differenza delle altre crisi economiche che si sono verificate nella storia a partire dal dopoguerra, basti pensare alla crisi petrolifera dei paesi arabi dell’Opec all’inizio degli anni 70′, che si sono risolte sempre in tempi più o meno rapidi, adottando soluzioni a volte ingegnose ma comunque risolutive, questa volta l’enigma della crisi economica resiste ad una qualsiasi interpretazione da parte degli esperti, le cause ignote, figuriamoci quindi il suo corso, e la stretta con la quale tiene bloccati intere Nazioni si fa sempre più soffocante.

In tutta Europa, compresa la Gran Bretagna, i salari sono stagnanti, la disoccupazione è aumentata fino ai livelli da codice rosso della Grecia e della Spagna, per non parlare da noi sull’allarme giovani, il costo della vita è aumentato, tutto questo contemporaneamente all’adozione di politiche di austerity da parte dei governi dell’Unione e tagli alla spesa per i servizi pubblici. Ma si sa, non tutto il mal vien per nuocere; se infatti si legge il rovescio della medaglia, chi sta al di là del fossato, ci si accorge, anzi ci si abitua a vedere che l’altra estremità della scala sociale sta aumentando ad un ritmo esponenziale la propria ricchezza, ovvero dall’inizio della crisi all’aumento della povertà tra le classi sociali è corrisposta un’inversamente proporzionale concentrazione della ricchezza mondiale in sempre minori mani e sempre più facoltose.

Secondo un rapporto dell’Oxfam, una confederazione no profit impegnata in ambito internazionale a trovare soluzioni per la povertà e l’ingiustizia sociale, ha stimato che i redditi di coloro che al mondo, globalmente, rappresentano il famigerato 1%, negli ultimi due decenni sono cresciuti di oltre il 60%, a fronte dell’esponenziale aumento delle fasce sociali povere.

Eppure questa crescita illimitata delle ricchezze è tale solo in apparenza, perchè di fatto non può essere infinita, essendo la struttura sulla quale è costruito un sistema capitalista così come noi lo conosciamo di fatto contraddittoria, ciò che poi lo conduce nel vicolo cieco che sembra oggi profilarsi, e che lascia per questo senza ‘commenti’ anche i più autorevoli economisti del mondo, sebbene a volte gli sarebbe stato  sufficiente leggere ciò che insegna Karl Marx nel Capitale per capire cosa accade oggi, e come potrebbe andare a finire.

Se i contemporanei economisti non riescono a trovare una diagnosi dell’attuale crisi economica, e per deduzione è quindi negata ogni sua soluzione, è perchè, direbbe Marx, è stata rivelata l‘intrinseca contraddittorietà che appartiene al capitalismo inteso come produzione per il profitto; la base di ogni sistema capitalistico è infatti una produzione per il profitto.

Marx spiegherebbe che il profitto del capitalista è dato dal plusvalore delle merci, ossia la parte eccedente il valore della forza lavoro impiegata dall’operaio nella produzione delle merci ( il salario) che in quanto tale rientra nel Capitale sotto forma di profitto, ma che per l’etica marxista equivale più semplicemente alla parte del lavoro dell’operaio non salariata, tant’è che egli parla di ‘pluslavoro’.

Secondo il filosofo del materialismo storico ( per cui ogni periodo storico si spiega sulla base della creazione e gestione dei mezzi di produzione che rendono possibile lo sviluppo e la suddivisione della società in classi distinte) la giornata di ogni lavoratore può infatti essere divisa in due parti perfettamente distinte: una parte del giorno in cui il lavoratore produce il valore della sua forza lavoro, cioè lo stipendio, e il resto della giornata lavorativa, che rimane salariata, nella quale il lavoratore produce un ‘surplus‘ di valore, valore che il capitalista ottiene in essenza gratuitamente.

Tale eccedenza è il profitto che viene poi o reinvestito nella produzione, per cui l’imprenditore crea ricchezza e la distribuisce, o nel consumo personale del capitalista.

Il punto è( a ben vedere il nucleo del pensiero di Marx che si presta a spiegare l’irreversibilità dell’attuale crisi da un punto di vista scientifico, da intendersi anche come metodologia e coerenza di pensiero) che se il capitalismo produce per il profitto, generando quindi pluslavoro, per cui i lavoratori producono più valore in un giorno di quanto effettivamente salariato in base alla forza lavoro offerta, significa che il valore dei salari dei lavoratori non potrà mai superare il valore totale prodotto nella società, e quindi i lavoratori non saranno mai in grado di riacquistare il pieno valore di ciò che producono collettivamente. Naturalmente nell’esperienza del singolo ciò non vuol dire che merci come televisori, computer, macchine, viaggi, status quo della società del consumo, non potranno mai essere acquistati, ma come classe di lavoratori, e dunque in ultima istanza come fascia media, non potrà superare il valore della somma totale delle merci che il sistema capitalista produce.

Si va incontro ad un crisi di sovrapproduzione che è a sua volta fonte di nuova contraddizione, o meglio è l’inizio stesso del vicolo cieco di cui Marx parlò oltre un secolo e mezzo fa. Contrariamente a ciò che economisti, e filosofi liberali sostengono, per Marx il capitalismo infatti non produce sulla base di ciò che è necessario nella società, ma sulla base di ciò che è redditizio, ossia fonte di profitto per il proprietario, costeggiando dunque una dimensione dell’idea di valore di una cosa intrinsecamente legata alla spazialità dei mercati, piuttosto che alla contingenza ‘naturale’ del valore d’uso che è della cosa. Per sopravvivere, essendo l’etica del capitalismo fondata sull’Indipendenza ed emancipazione dell’Io, per cui ognuno è realmente padrone di sé se mostra di essere autonomo ed autosufficiente, ogni capitalista deve fare profitto, e quindi immettere un flusso continuo di merci nel mercato fino a collassarlo: il mercato raggiunge infatti un punto di rottura in quanto si satura di merci che non potranno essere rivendute, essendo il valore della forza lavoro della classe operaia( il salario) inferiore, si è visto, al valore totale delle merci. Il sistema finisce in crisi, una crisi, dice Marx, di sovrapproduzione.

Il filosofo del Manifesto, che teorizza la fine del capitalismo proprio perchè il sistema che egli stesso crea e poi alimenta, sarà ciò che lo condurrà a franare, sa allo stesso modo che è nella natura del sistema l’abilità di cambiar pelle, rinnovarsi, trovare delle ‘compensazioni’ alle imprevedibili crisi di cui soffre cronicamente che apparentemente ritardano l’insorgenza, sembrano alleviare l’urto, ma, in realtà, aprono la strada ad una crisi ancor più grande in futuro.

E’ il caso degli ultimi decenni che hanno condotto sino allo stato dell’attuale crisi economica, che hanno visto da una parte l’avvento della globalizzazione, L’Uno che i mercati sognavano, dall’altro l’uso spasmodico di determinati strumenti finanziari, come l’accesso ai crediti bancari, molto ingenti negli anni precedenti alla crisi (basti pensare alle ‘speculazioni’ in Spagna, o Irlanda per finanziare gli acquisti di immobili), realtà, tuttavia, una volta esaurite le spinte espansioniste, che hanno avuto solo l’effetto di ‘sospendere‘ una crisi che era rimasta in potenza per troppo tempo.

Si aggiunga che oggi lo sviluppo e l’ applicazione della tecnologia permettono di vendere i prodotti ad un prezzo inferiore rispetto a quelli nei quali la forza lavoro sarebbe stata maggiore, come nella produzione industriale del passato, per cui è ridotta la quantità di lavoro umano necessaria per la produzione delle merci, che divengono per questo più economiche. Il paradosso per il crescente uso della tecnologia ha un duplice aspetto, e gioca un ruolo anche nell’attuale crisi: rendendo sempre meno necessario il lavoro umano, è causa diretta dell’aumento generazionale della disoccupazione e della conseguente decrescita della domanda, a cui seguirà fatalmente l’impoverimento dei profitti. Cosa fare dunque?

Quattro sono le principali soluzioni che la storia ci consegna; la guerra, politiche keynesiane, politiche monetariste di pareggio di bilancio, così come quelle adottate dalla Comunità Europea, e politiche socialiste.

La guerra è un’eventualità che storicamente ha dimostrato essere un mezzo molto efficace, spesso accarezzato dall’etica del capitalismo come strumento per il suo espansionismo, basti pensare al celebre saggio di Lenin ‘l’Imperialismo, fase suprema del Capitalismo’, una necessità che per l’etica del capitalismo radicale si rende tale proprio per eliminare ogni ‘eccesso’, ogni sovrapproduzione, attraverso anche la distruzione stessa delle forze produttive. Tuttavia oggi la guerra rappresenta un’eventualità remota per molti; con gli armamenti a disposizione oggi, un conflitto globale rischierebbe l’annientamento della razza, che non è certamente ciò che i capitalisti vogliono.

Non è invece da sottovalutare la ripresa dei venti per così dire ‘rivoluzionari’, una sorta di spaccatura in seno alla società tra l’1% e il 99%, se la tendenz ad allargare le disuguaglianze sociaie non dovesse arrestarsi.

Neppure un ripristino delle politiche keynesiane oggi rappresentano una concreta possibilità; l’idea del filosofo-economista teorico del New Deal di accrescere gli investimenti pubblici per rilanciare la domanda non è più realizzabile, se non nella teoria, nella contingenza degli accordi internazionali che di fatto vincolano gli Stati a tagli della spesa pubblica, così come è chiaramente dimostrato dalla zona-euro. E questo poi, non è affatto causale; azzerando la spesa dello Stato, ciò favorisce l’espansione dei privati liberi di trovare nuove fette di mercato,  ma stante le teorie appena esposte, anche questo sarà destinato ad esaurirsi, ovvero a non creare più profitto.

Sul lato opposto le politiche monetariste di pareggio di bilancio e del mercato del lavoro flessibile, così come è sbandierato dai tecnocrati di Bruxelles, non cambierà di molto la sostanza delle cose. Le pesanti restrizioni sulla spesa pubblica si traducono, come è ampiamente dimostrato dalla cronaca di tutti i giorni, solo infatti in una diminuzione dei consumi, peggiorando lo stato delle cose, per non parlare dei fenomeni di deflazione, della disoccupazione di massa e del malessere sociale che a tali politiche si accompagnano. Neppure  altri Stati svincolati dagli accordi internazionali, come gli USA ad esempio, che dunque hanno la possibilità di giocare con la spesa pubblica e con il valore della moneta, in un sistema capitalista come quello attuale hanno molte possibilità di sopravvivere; pompare denaro nell’economia senza aumentare la quantità di valore prodotto, alla fine porta a una massiccia inflazione che si risolve in definitiva in nulla.

Neppure l’idea ultimamente perseguita dai governi, Hollande su tutti, ma anche Renzi che ha voluto tagliare gli stipendi dei manager pubblici e tassare gli istituti di credito, di tassare i più ricchi, i grandi patrimoni in un sistema radicalmente capitalista come quello attuale, sa essere risolutivo; essendo i mezzi di produzione di proprietà del capitalista, non essendoci regole che limitano o disciplinano la facoltà che hanno le proprietà di delocalizzare, la soluzione è presto data.

Se ne rallegrerà Marx a sapere che le sue teorie, non solo spiegano ancora il presente e definiscono sin da ora le successive fasi della storia, ma che sono le sole, a conti fatti, a costituirsi come soluzione della crisi del capitalismo, essendo a questa cultura un’alternativa radicale che si presta a più e nuove esegesi.

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6 pensieri su “Saggi filosofici; perchè il Capitalismo è andato in crisi? Una lettura da una prospettiva marxista.

    • bisogna riattuarizzarlo secondo prospettive libere dalle storpiature della storia. Argomenti che verranno trattati più in là, sebbene sempre in chiave scientifico-filosofica, altrimenti il senso del Blog si perde. Tuttavia il corso della Storia, quella Vera, è segnato dagli eventi più che dalle idee in quanto tale: a queste rimane il prestigio dell’eterno, tutto sta a chi le legge. Ciao.

  1. Per me Marx è sempre attuale, quanto meno nella sua diagnosi. La lettura e l’interpretazione del pensiero si prestano, giustamente, ad una analisi ed esegesi tecnico-scientifica. Le proposte di soluzione rivoluzionaria del conflitto di classe vanno anch’esse contestualizzate ed in quanto tali, possono cercare di trovare applicazione. P.s.: chiedo autorizzazione a riproporre l’articolo nel mio blog, dove pure vi è un mio articolo sul plusvalore (e non solo).

  2. Marx è stato il primo ad aprire reali riflessioni socio-economiche sul Capitalismo. Dato che il Capitalismo si autoproduce sempre con le stesse dinamiche, è abbastanza normale che se ne possa prevedere la fine. Su questo consiglio Immanuel Wallerstein con “Capitalismo storico e Civiltà capitalistica”, “Dopo il liberalismo” e “L’era della transizione – Le traiettorie del sistema-mondo 1945-2025”. Wallerstein ha previsto anni fa, come del resto molti sociologi, che fine avrebbe fatto il Capitalismo.

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