Il Capitalismo che uccide la Scienza; il problema del diritto di proprietà intellettuale

capitalismo

Il grande ottimismo degli anni 50′ e 60′ per la scienza è oggi sostituito da certa disaffezione e disinteresse del pubblico. Complice modifiche ermeneutiche apportate all’idea di proprietà intellettuale, la scienza è divenuta negli ultimi tempi strumento per la disuguaglianza sociale. E’ necessario, come sostiene un rapporto di esperti consegnato ufficialmente all’Ue pubblicato dalla casa editrice Rubbettino dal titolo ‘Scienza e governance, arrivare il prima possibile a forme di protezione del diritto intellettuale condivise e collettive.

di Marco Caffarello

 

Il grande ottimismo che caratterizzò lo sviluppo e la ricerca scientifica degli anni 50′ e 60′, gli anni del boom economico, della conquista dello spazio, del grande sviluppo tecnologico, dell’avvento nella società di apparecchi oggi consueti per ognuno di noi, come la Tv, il frigorifero, la lavatrice, la diffusione delle automobili tra le masse, i primi grandi viaggi transoceanici, è stato sostituito negli ultimi decenni da una certa disaffezione, disinteresse, se non apertamente scetticismo di buona parte del pubblico.

Nonostante viviamo in una società definita non a caso della ‘conoscenza‘, oggi le grandi conquiste della scienza, sebbene immense ed inimmaginabili, lasciano sostanzialmente indifferenti, meno partecipi, le speranze per un tangibile miglioramento delle condizioni di vita grazie anche all’apporto delle tecnologie vanno scemando, si fanno più lievi, la nostra dimensione è ormai relegata a quella del cliente, dell‘utenza, un declino che sarebbe stato avvertito anche dai burocrati di Bruxelles, tant’è solo pochi anni fa, nel 2008, la Commissione Europea incaricò alcuni esperti di indicare dettagliatamente in un rapporto, poi pubblicato in Italia dalla casa editrice Rubbettino dal titolo ‘Scienza e Governance‘, cause e possibili soluzioni per la crescente diffidenza del pubblico nei confronti del sapere scientifico.

D’altronde come recita lo stesso rapporto consegnato nelle mani dei burocrati di Bruxelles nel 2008, la diffidenza che il pubblico ha nei riguardi dello sviluppo tecnologico attuale, non nasce tanto dalla percezione che questi hanno dei rischi che inevitabilmente si legano poi ad ogni prassi scientifica, vedi ad esempio l’utilizzo dell’energia nucleare, quanto “l”inevitabile dipendenza da istituzioni di cui essi non si fidano.”

Emerge con evidenza dunque una parola chiave, pronunciata non da un marxista, si badi bene, ma da un burocrate della Comunità Europea; la dipendenza che la scienza ha con le istituzioni, siano esse pubbliche o private, e dunque in ultima analisi il vincolo di proprietà di cui è stato fatto oggetto il Sapere.

Mentre infatti le spinte liberali e borghesi del XVI e XVII secolo, l’età storica che vide nascere le prime forme di capitalismo così come poi noi oggi lo intendiamo, parallelamente, direbbe Max Weber, allo sviluppo della società mercantile e dell’etica del protestantesimo, diedero grandi impulso allo sviluppo di un’etica e di un pensiero scevro dalle menzogne della superstizione, e dunque in ultima istanza allo sviluppo delle scienze, che affermano vero solo ciò che, attraverso l’utilizzo di un metodo razionale e sperimentale avvolto dall’universalismo del linguaggio matematico, oggettivamente può esser detto tale, oggi queste stesse forze sono quelle che privano la scienza della sua naturale nobiltà relegandola nel limbo di un nuovo ‘idealismo’ acritico, ma comunque condizionante.

Il sistema capitalista, evoluto dapprima con l’Indipendenza ed emancipazione dell‘Io, fondato poi sul concetto di proprietà privata, solida base per ogni illimitata crescita dei profitti, è diventato oggi, a detta di buona parte del mondo intellettuale internazionale, il più grande ostacolo per lo sviluppo di tutti i settori della società, tra cui naturalmente, e pericolosamente, la scienza. Non è infatti un mistero che per l’etica del capitalismo anche le idee possano rientrare nella sfera della proprietà, tant’è uno degli aspetti più spinosi per il Diritto di oggi è quello legato al cd. diritto di proprietà intellettuale, un istituto che com’è noto disciplina il deposito di brevetto delle ricerche scientifiche di tutto il mondo. Questo istituto tuttavia, almeno in relazione alla ricerca scientifica, palesa un duplice difetto, o se si vuole, inganno, se non addirittura delitto; ogni ricerca scientifica infatti è per essenza un Sapere cumulativo, lineare che progressivamente, ogni qualvolta si scopre un nuovo dato, si affianca a quello precedente e così in progresso, eppure con il capitalismo, e il diritto di proprietà intellettuale così posto, il “vincitore prende tutto“, e una conoscenza che per essenza è comune, diventa proprietà di un privato.

Complice, inoltre, l’esponenziale sviluppo tecnologico e scientifico sopratutto degli ultimi trent’anni, come lo sviluppo delle biotecnologie e della nanotecnica, ec, anche la sfera del diritto di proprietà intellettuale ha ‘cambiato pelle’, includendo nella sua dimensione ciò che per essenza non sarebbe mai potuto essere brevettato, ossia un elemento naturale scoperto. Differentemente infatti dagli scienziati del XIX e della prima metà metà del XX secolo che potevano brevettare solo il processo che aveva portato alla scoperta, ma mai l’elemento in quanto tale, perchè non potevano esser fatte ricadere sotto il titolo di invenzione gli elementi che sono della natura, dal 1980 questa regola andrà progressivamente esaurendosi, finchè nel 1987 negli USA la US Patent and Trademark Office con un decreto rivoluzionario consentirà la protezione giuridica per elementi, organismi viventi, cromosomi, geni, cellule, tessuti,beni immateriali, ec considerati a tutti gli effetti ‘proprietà’ di colui che per primo li scopra, ne descriva le funzioni e ne individui le applicazioni commercialmente utili.

USA che agli occhi della Storia rappresentano i veri attori dell’evoluzione esegetica dei deposito di brevetto così come oggi di fatto li conosciamo: il 1980 è l’anno chiave per l’evoluzione dell’attuale capitalismo delle scienze, essendo l’anno nel quale il governo americano, e sempre attraverso i poteri della US Patent and Trademark Office, varerà il Bay-Dole Act, una legge governativa che si proponeva di incoraggiare le istituzioni e università pubbliche a proseguire la ricerca scientifica e il conseguente deposito dei brevetti con lo scopo di ottenere dal mondo dei privati nuovi fondi con i quali finanziare, in una parola, lo sviluppo. Il 1980 dunque rappresenta lo spartiacque tra la ricerca finanziata con fondi pubblici, dello Stato, ed una ricerca finanziata dagli investimenti dei privati, finchè il loro apporto non ha superato quello delle istituzioni pubbliche e dei governi nazionali, così come nel presente.

Le ripercussioni negative di questo nuovo modello di interpretazione del brevetto di ricerca non si lasciano attendere: un economia infatti che consente la protezione intellettuale per materie prime, codici genetici, beni immateriali, quale è ad esempio un logaritmo applicato alla meccanica di un software, minaccia la libera concorrenza dei mercati, minimizza la conoscenza e l’accesso alle fonti per i vincoli imposti dalla legge, accresce i contenziosi legati alla contraffazione delle invenzioni, e ancor più gravemente, subordina l’interesse generale, il bene comune, alla volontà di un singolo. Cosa fare, infatti, quando in nome del diritto di proprietà intellettuale un manipolo di individui arriva a minacciare la salute pubblica, magari attraverso il diniego della somministrazione dei farmaci?

E’ naturale che in un sistema economico che accoglie la brevettibilità delle materie prime, compreso il codice genetico, che una dichiarazione congiunta dell’UNESCO ha reso formalmente bene inalienabile dell’umanità, ma che di fatto e più concretamente appartiene a chi quei geni li ha già brevettati, rendendo di fatto il DNA umano un bene privato, e quindi negoziabile, o peggio cedibile in licenza, così come sono infatti oggi ceduti i geni, i veri attori che rendono possibile questo progresso sono quindi le grandi aziende, come la Monsanto, leader mondiale di prodotti biotech, libere di pianificare in piena comodità i prossimi steps dello sviluppo.

Non sorprenda più di tanto, quindi, che parallelamente alla radicalizzazione del valore di proprietà intellettuale, esteso dapprima al mondo delle idee, e poi persino ai beni che per essenza non appartengono a nessuno essendo di tutti, come le materie prime della natura o beni immateriali come un algoritmo, anche la faccia buona della scienza sia stata corrotta, e con essa si assista ad un incremento delle disuguaglianze sociali.

Inoltre è parte integrante di ogni vero sistema capitalista la realtà della competizione, che se per un ottimista come Kant il naturale antagonismo, così come egli poi la definisce, ha il merito di accrescere i talenti di ognuno e spingere quindi l’umanità verso il meglio, nella realtà dei fatti le cose vanno proprio all’opposto; la corsa a chi arriva primo, infatti, e quindi di acquisire il diritto di ‘raccogliere tutto’, così come impongono le regole del capitalismo di oggi, reca danno alle stesse verità che le scienze affermano, rendendole per così dire mancanti.

La necessità di tradurre in immediato profitto una qualsiasi scoperta scientifica data, è ciò che infatti altera e limita anche l’ambito reale del suo Sapere, non potendo poi stabilire con certezza, brevemente, quelli che saranno i reali effetti che questa scoperta avrà in tutti gli ambiti in cui sarà poi adoperata, o per così dire si manifesta, anche in astratto, come può essere ad esempio la dimensione morale.

In un contesto come quello appena descritto, e solo parzialmente inoltre, nel quale le aziende sono regine dello sviluppo e il diritto di proprietà intellettuale diviene strumento dell’inuguaglianza, non sorprenda che oggi si parli quindi solo di insostenibilità dello sviluppo, un’insostenibilità infatti ravvisabile non solo in termini ecologici, essendo lo sfruttamento illimitato delle risorse naturali alle base di fenomeni quali la depletion, l’esaurimento delle risorse e il conseguente impoverimento della popolazione, e la pollution, l’inquinamento dell’ecosistema locale, realtà oggi presenti in molte aree della Terra, ma anche come insostenibilità sociale, quindi morale, essendo questo sistema scientifico radicalmente capitalista fonte di ulteriore disuguaglianza. Non sarà un caso che anche il rapporto redatto dagli esperti della Commissione Europea, e non da marxisti, si concluda con la necessità di arrivare nel minor tempo possibile a General Public License, ovvero a strutture di proprietà intellettuale non più singolari,  volta a tutelare la dimensione del singolo, ma condivise, collettive, attraverso le quali siano garantiti i diritti inalienabili di ognuno all’uso, alla modifica e alla distribuzione di ciò che è oggetto della protezione di legge.

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