Il racconto dell’evoluzione: In principio era la scimmia, anzi una miriade di scimmie

scimmie

In occasione del Darwin Day che ricorre nella giornata di oggi, una nuova teoria sull’evoluzione dell’uomo; contrariamente a quanto si è sempre immaginato, Giorgio Manzi, docente di Paleoantropologia presso l’Università di Roma La Sapienza, ritiene che l’evoluzione umana sia tutt’altro che lineare, ma deve essere intesa invece come un groviglio di specie, ognuna delle quali impegnata nella lotta per la sopravvivenza.

di Marco Caffarello

Quando nel 1859 Charles Darwin scriveva nella penultima pagina del suo capolavoro ‘L’origine della specie’, “la teoria dell’evoluzione dovrebbe far luce sull’origine dell’uomo e sulla sua storia” probabilmente egli già sapeva quella che è la verità dell’origine dell’uomo, sebbene non poté mai rivelarla per evidenti ragioni di opportunità e di censura. Ebbene, dopo quasi un secolo e mezzo dalla pubblicazione del capolavoro darwiniano, tanto importante da generare nuove branche scientifiche quali ad esempio la paleoantropologia, il filosofo dell’evoluzione non immaginava che egli, non solo intuì quello che è il ‘meccanismo segreto’ che muove l’evoluzione delle specie, siano esse vegetali o animali, organizzato secondo quel principio di ‘selezione naturale‘ che consente solo alle specie meglio adattate di evolvere, ma che fu il profeta di quella che è poi la verità della nostra origine, sebbene con qualche secolo di ritardo.

Da quando infatti nel 1856 fu ritrovato nei pressi della Valle di Neander il primo scheletro umano, da cui ‘l‘uomo di Neanderthal’, lo sviluppo della paleoantropologia, ossia di quella branca della scienza che studia i fossili umani per carpirne il cammino evolutivo, non si è più arrestato, anche grazie ai numerosissimi ritrovamenti che permettono oggi di riconsiderare quella che è stata la vera evoluzione della nostra specie. Diversamente dalla paleoantropologia del XIX secolo, la scienza di oggi non cerca più, infatti, il più classico degli ‘anelli mancanti’, non guarda più all’evoluzione della nostra specie come una trafila lineare rappresentata classicamente da quella sequenza di ‘ominidi’ che passeggiano l’uno dietro all’altro via via progredendo sempre più, ma sarebbe più giusto dire, come afferma Giorgio Manzi, docente di Paleoantropologia, Ecologia umana e Storia naturale dei primati presso l’Università di Roma La Sapienza, direttore del Museo di Antropologia ‘Giuseppe Sergi’, ed autore del saggio Il grande racconto dell’evoluzione umana, edito da Il Mulino, che l’evoluzione dell’uomo assomiglia più ad una sorta di cespuglio, ad una selva o groviglio di specie antropomorfe distinte, ognuna delle quali impegnata nell’ineluttabile lotta per la conservazione di sé. La storia evolutiva quindi non è una sequenza di antenati, non è una trafila evolutiva lineare, ma deve essere guardata come un cespuglio, perché così come un cespuglio è costituito da un insieme di tronchetti gli uni indipendenti dall’altro, alcuni dei quali andranno persi mentre altri si svilupperanno e daranno vita, magari, ad un albero, allo stesso modo la nostra specie non è che l’insieme di un groviglio di specie antropomorfe indipendenti da cui poi lo sviluppo dell’Homo Sapiens. Secondo questo presupposto, quindi, è un errore ritenere che esista un rapporto di continuità tra l’homo di Neanderthal e l’Homo Sapiens, così come poi siamo soliti ritenere: l’Homo Sapiens differentemente dall’uomo di Neanderthal ha sviluppato infatti forme morfologiche, come la particolare rotondità del cranio,che gli hanno permesso di conservarsi e di evolvere. A differenza dell’Homo di Neanderthal che aveva sì un grande cervello, ma una calotta cranica troppo stretta, l’Homo Sapiens ha sviluppato infatti un cranio particolarmente rotondo tale da assecondare perfettamente la morfologia dell’organo, un escamotage che gli ha dunque consentito di superare il suo ‘antenato’ e di conservarsi, sviluppare il linguaggio, costruire utensili ed esprimersi in forme artistiche. Non a caso Manzi parla nel suo saggio di una seconda origine, perchè la rotondità del cranio, insieme al bipedismo, sarà ciò consentirà all’uomo di essere Sapiens.

Certo, ciò non vuole escludere che l’evoluzione dell’uomo non abbia avuto delle tappe fondamentali, come quella che avvenne circa 6 milioni di anni fa, allorché i nostri antenati si staccarono definitivamente dagli altri primati, le scimmie, o come quella seconda origine, come la definisce il docente dell’Università de La Sapienza, che avvenne circa 200mila anni fa, ossia la nascita dell’Homo sapiens, da cui ha un senso parlare di Storia così come poi noi la intendiamo, ma il punto è che ritenere l’Homo Sapiens un risultato evoluzionistico da far discendere dalle scimmie, è sì un errore tanto concettuale e filosofico, quanto più specificatamente paleoantropologico l’ homo sapiens non discende da una scimmia, ma da un antenato, un ominide bipede, che ha in comune con essa.

Il vero presupposto della nostra origine è quindi lo sviluppo del Bipedismo, la facoltà di restare in piedi eretti su sé stessi ed utilizzare le mani, gli altri due arti rimasti liberi, per fare altro dal semplice spostarsi.   I primi esemplari, anche documentati dal ritrovamento di fossili, sono gli Australopithecus che risalgono a circa quattro milioni di anni fa. Gli Australopithecus, e specie affini, si diversificarono infatti e adattarono progressivamente in vaste aree del continente africano, e possiamo figurarceli in parte simili agli scimpanzé, comunque bassini, incurvati e pelosi. Il passo successivo è stata la conquista graduale della postura eretta e dell’allargamento della scatola cranica, requisiti,come si è visto, necessari per il grande salto evolutivo. Esemplari di uomini dal cervello relativamente piccolo ma dalle gambe buone, con in mano una prima rozza dotazione di selci, risalgono a circa un milione e mezzo di anni fa, non più solo sul territorio africano, ma disseminati anche nel Vicino e Medio Oriente, in certe aree dell’Asia e dell’Europa. Sappiamo che l’adattamento alle diverse tipologie climatiche ha discriminato caratteristiche confluite poi in specie distinte, si pensi al caso dei Neanderthal, e che gli homo Sapiens propriamente detti cominciarono a profilarsi all’incirca duecentomila anni fa, prima in Africa e poi in altri territori.

Certo le scimmie rappresentano un presupposto necessario essendo le mani una caratteristica di ogni primate, ma ciò non significa che la nostra evoluzione abbia un contatto diretto con loro, un filo rosso che collega la nostra realtà a quella di altre evoluzioni di specie.

Dunque quando si guarda al ‘regno delle scimmie’, dei primati, più che ritenerli come una delle tappe evolutive, o meglio l’inizio stesso dell’evoluzione, spiega Manzi, bisogna guardarli come ad un necessario presupposto, ma non come anello mancante, perchè la storia evolutiva non è, ancora una volta, una sequenza lineare. Rimane l’interrogativo, e forse rimarrà ancora per molto tempo, sulle cause che hanno consentito a scimmie antropomorfe del tardo Miocene di acquisire caratteristiche che faranno poi da preludio all’origine dell’uomo, come il bipedismo e la facoltà di utilizzare le mani, ma ritenere che queste siano coloro da cui poi deriva il bipedismo in quanto tale, è ancora una volta un errore. La scienza dimostra infatti che il bipedismo è stato acquisito dalle specie più volte e da più forme, non sempre in relazione diretta con quelli che sarebbero poi i nostri antenati;  si pensi, ad esempio, ai Lemuri, scimmie tutt’ora residenti nel Madagascar che stanno tranquillamente in posizione eretta, e che da un punto di vista evoluzionistico rappresentano persino un antenato delle scimmie, ma non per questo si ritiene che i Lemuri siano all’origine dell’uomo.

Il genere Homo, dunque, è un groviglio, una selva, un cespuglio costituito da rametti ognuno dei quali indipendenti; cosa ci abbia realmente favoriti rispetto ad altre specie è difficile dirlo, combinazioni certamente fortunate, sempre ammesso, poi, che si possa considerare una fortuna essere uomini, ma questa è un’altra storia.

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