CNR: l’acqua è Ok, forse

bicchiere_acqua_1bIl primo studio completo italiano sullo stato di purezza dell’acqua dà un quadro confortante. Diverso il caso in Veneto dove sono state riscontrate alte concetrazioni di perfluoro-alchiliche, una sostanza tossica e cancerogena.

di Marco caffarello

Sono stati da poco resi noti i risultati di uno studio condotto dall’Istituto per la ricerca sulle acque (Irsa) del Consiglio delle Ricerche Nazionale (CNR), uno studio della durata complessiva di 2 anni nato per valutare lo stato di purezza dell’acqua che beviamo e per fornire eventuali previsioni su quello che sarebbe l’impatto sull’ambiente e sulla società che la contaminazione dei bacini idrici potrebbe comportare. Si tratta del primo studio completo in Italia sulla distribuzione territoriale delle sorgenti acquifere, sulla salute dei bacini idrici, un’iniziativa che si è potuta realizzare grazie ad un accordo ta l’Irsa, il CNR e la Direzione generale per le valutazioni ambientali del ministero dell’Ambiente. Nello specifico la ricerca ha prestato molta attenzione alla presenza di una particolare sostanza, il perfluoro-alchiliche (Pfoa) ed i suoi composti, una sostanza altamente tossica essendo utilizzata dalla produzione industriale date le sue caratteristiche naturali, che la rendono repellente all’acqua e al grasso, fortemente tensioattiva, stabile termicamente, tutte qualità utili in numerose applicazioni industriali e prodotti di largo consumo, quali tessuti, tappeti, carta, contenitori per alimenti.

Bisogna subito dire che il quadro generale delle acque potabili italiane, come afferma Stefano Polesello dell’Irsa-Cnr, è sostanzialmente buono, non essendo pervenute alte concentrazioni di sostanze inquinanti nell’acqua che ci beviamo; desta, tuttavia, una certa preoccupazione la presenza di alte concentrazioni di Pfoa in alcune zone vicino alla provincia di Vicenza, in Veneto.

Le campagne di monitoraggio sono state condotte sui bacini di Po, Tevere, Adige e Arno, e in aree di transizione come il delta del Po e la laguna di Venezia, concentrandosi in particolare su alcune aree critiche per la presenza di scarichi di impianti per la produzione di fluoroderivati, come il sito industriale in provincia di Alessandria che scarica nel fiume Bormida, sul bacino del Po. In generale la qualità delle acque potabili ricavate dai fiumi e dei mitili allevati nelle lagune deltizie sono risultati a basso rischio per il consumatore. Ha invece destato allarme la significativa concentrazione di Pfas nelle acque superficiali e potabili di una zona del Veneto in provincia di Vicenza influenzata dalla presenza di un impianto fluoro chimico. Qui abbiamo misurato concentrazioni di acido perfluoroottanoico (Pfoa) superiori a 1.000 ng/L e di composti perfluoroalchilici superiori a 2.000 ng/L. A seguito dei dati rilevati le autorità locali hanno immediatamente messo in atto una serie di interventi di contenimento”, spiega alla stampa Stefano Polesello.

Ingerire sostanze perfluoroalchiliche comporta un notevole rischio per la salute, perché tendono ad accumularsi nel sangue e nel fegato e quindi a compromettere la regolarità delle funzioni dell’organismo fino a provocare, nei casi peggiori, forme cancerogene.

L’Istituto Superiore di Sanità ha tenuto a precisare, tuttavia, che non vi è alcun rischio immediato per i residenti della zona vicentina, ma a scopo cautelativo è opportuno adottare alcune misure igieniche e filtri d’acqua che possano azzerare qualsiasi rischio.

Al momento è opportuno precisare che nessuna organizzazione, né istituto di sanità, né italiano, né internazionale, ha mai condotto studi per stabilire quale sia il limite della concentrazione di sostanze perfluoroalchiliche tollerabile per l’organismo.

http://www.almanacco.cnr.it

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