Lavorare troppo, disturbo della personalità

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Una ricerca padovana fa luce sullo stress da lavoro. Troppo lavoro è alla base dello sviluppo del cd. ‘workholism’, un disturbo psicologico della personalità. E’ necessario, data la diffusione delle patologie nervose legate allo stress da lavoro, costruire una nuova Etica del lavoro.

di Marco Caffarello

Da ora in poi anche il celebre ritornello della celebre canzone di Adriano Celentano “chi non lavora, non fa l’amore”, dovrà adeguarsi: lavorare troppo infatti fa male e non produce, con buona pace degli stakanovisti. E’ ciò che sostiene una ricerca ‘made in Italy’ dell‘Università di Padova, pubblicata solo pochi giorni fa dal Daily mail, secondo la quale lo stress da lavoro, un atteggiamento in apparenza irreprensibile, la puntualità svizzera e montagne di ore di straordinario da trascorrere nel proprio ufficio, non solo condurrà il lavoratore a ‘stare male’, ma beffardamente sarà anche controproducente. E’ ciò che infatti è emerso dall’attività di monitoraggio dell’equipe di ricerca padovana che ha sottoposto ai 322 impiegati di un’azienda del Nord Italia, per un periodo complessivo di 15 mesi, diversi questionari in grado di quantificare il grado di stress dei dipendenti, e i risultati per ciò che riguarda la salute psicofisica dei soggetti, si può dire, non sono proprio confortanti. Quasi tutti gli impiegati, infatti, sono risultati inclini ad assumere ciò che gli esperti chiamano ‘workholism‘, una vera e propria sindrome o disturbo della personalità, un comportamento ossessivo-compulsivo della persona che palesa una certa morbosità nel raggiungere gli obiettivi del suo lavoro, fino a sforare in veri e propri atteggiamenti patologici tali da provocare stress e magari mettere in un secondo piano tutti gli altri aspetti della vita, quali gli affetti, la famiglia, il miglioramento della propria salute. Portarsi il lavoro a casa, dedicare troppo spazio e attaccamento emotivo al proprio lavoro significa divenire gradualmente, sostengono gli esperti, maniaci del lavoro, una condizione che necessariamente graverà nel ‘recupero’ delle energie psicofisiche perdute, provocando così un accrescimento di tutte quelle possibili conseguenze che da una tale condizione derivano, come spesso avremo sentito anche dalla cronaca. Inoltre paradossalmente questo atteggiamento è tutto il contrario dell’esser produttivo, ma, anzi, può essere solo causa di errori commessi nel posto di lavoro, ciò perché, ripetono i ricercatori, il workaholicism è associato ad una tensione psicofisica del soggetto che a sua volta graverà nello scarso rendimento, con buona pace, quindi, ad ogni progetto di promozione e di carriera.

Si tratta di una ‘sindrome’ subdola e strisciante, spiegano gli esperti, presente ormai in quasi tutti gli ambienti, sia squisitamente lavorativi, che sociali, familiari, relazionali, per cui è necessario, avvertono, costruire ed arrivare ad una ‘nuova etica’ del lavoro che favorisca aspetti della produzione che non siano più dannosi per il lavoratore, e conferisca premi o promozioni di carriera non solamente legati alla produttività, ma guardino anche a tutte quelle altre componenti che fanno una ‘persona’, e magari arrivare anche ad una minore competitività tra gli stessi colleghi, tutti aspetti che hanno il merito, se non di ‘crescere con il PIL’, almeno di migliorare le condizioni psicofisiche dei lavoratori.

www.dailymail.co.uk

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