Grasso viscerale? Una “manna” per il diabete

Una ricerca della University of Texas Southwestern Medical Center di Dallas dimostra come la diversa localizzazione dei grassi nell’organismo sia associata ad un diverso comportamento del metabolismo. Coloro che infatti hanno una concentrazione dei grassi definibile “viscerale”, ossia presenti intorno agli organi della cavità addominale, si dimostrano più inclini a contrarre disturbi del metabolismo rispetto a coloro che invece hanno una natura più specificamente “sottocutanea” del proprio grasso.

di Marco Caffarello

Quando parliamo di grasso, non è difficile che l’immaginario collettivo pensi più o meno sempre la stessa cosa, eppure non è così. C’è infatti grasso e grasso, e ci sono rischi e rischi. Secondo una ricerca della University of Texas Southwestern Medical Center di Dallas, in Texas, coordinata da James A. de Lemos e pubblicata nel settembre 2012 sulla rivista Jama, è emerso che gli adulti che presentano un eccesso di grasso definito “viscerale”, ossia tale da localizzarsi anche intorno alle pareti degli organi della cavità addominale, hanno maggiore probabilità di contrarre disturbi del metabolismo, come il Diabete Tipo 2, rispetto a coloro che hanno una localizzazione dei lipidi prevalentemente sottocutanea, tale dunque da non coinvolgere direttamente anche gli organi dell’addome.

Comunemente si ritiene che esista una correlazione tra i disturbi metabolici e l’aumento del peso corporeo, ma le ricerche dimostrano al contrario che non tutti i pazienti sottoposti alle analisi hanno mostrato insufficienze dell’attività metabolica. Spiega De Lemos: “ Anche se l’aumento dell’indice di massa corporea (BMI) è associato con il diabete a livello di popolazione, non è adeguatamente specificato il rischio di diabete nei soggetti obesi. Infatti, molte persone obese sembrano resistenti allo sviluppo della malattia metabolica”. Dalle analisi di 732 partecipanti al test è risultato,infatti, che non tutti i pazienti si sono mostrati insulino-resistenti. La ricerca ha previsto l’uso di un’ampia gamma di analisi e misure, come ad esempio la concentrazione del grasso sottocutaneo, del grasso “viscerale”, delle adipochine circolanti (proteine secrete dai tessuti adiposi), dei livelli di colesterolo presenti nel sangue, della struttura cardiaca dei pazienti, della concentrazione di fruttosamina (quantità media di glucosio misurabile entro un determinato arco di temp), nonché della presenza del glucosio in condizioni di riposo. Dei 732 pazienti, solo 84, l’11,5% , ha mostrato di sviluppare insufficienze del metabolismo, come la forma di Diabete di Tipo 2. Ciò che si costituisce come comune denominatore dei disturbi metabolici  è la presenza di una grande quantità di grasso “viscerale”,in grado di posizionarsi anche intorno alle pareti degli organi addominali. Coloro che, invece, presentano una natura del grasso più specificamente “sottocutanea”, non mostrano lo stesso collegamento con le forme diabetiche di Tipo 2. La scoperta delle diverse nature di interazione dei grassi con il metabolismo, per cui il comportamento del grasso sottocutaneo è diverso da quello “viscerale”, e non può esservi comparato, può certamente rappresentare un trampolino di lancio per nuove metodologie terapeutiche nella cura del Diabete. “Questi risultati suggeriscono che i marker clinicamente misurabili di distribuzione del tessuto adiposo e la resistenza all’insulina possono essere utili per la diagnosi e la cura del pre-diabete e del diabete, e sostengono il concetto secondo il quale l’obesità è una malattia eterogenea con subfenotipi distinti”, scrivono gli autori. La ricerca è solo agli inizi, ma, auspicano i ricercatori, grazie all’utilizzo di nuove tecnologie, sarà possibile migliorare la previsione dei rischi associati alla natura dei grassi presenti nei pazienti obesi.

http://www.eurekalert.org/pub_releases/2012-09/jaaj-oaw091412.php

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