Un certificato per gli alimenti probiotici per capire cosa mangiamo

di Marco Caffarello

Una proposta di Gregor Reid mira a creare un sistema internazionale di valutazione dei prodotti probiotici. Prima che questi vengano lanciati nel mercato una commissione deve valutarne i requisiti. La scarsezza delle informazioni per questi prodotti viene a dipendere, secondo Reid, da un impasse burocratica

Regolarizzare i prodotti probiotici per capire cosa mangiamo: questa la proposta apparsa sulla rivista Nature in data 24 maggio di Gregor Reid, direttore del Canadian R&D Centre for Probiotics at Lawson Health Research Institute e ricercatore presso la Western University.

Nonostante infatti il massiccio utilizzo di questi prodotti, che sfiorano nel mercato un fatturato vicino ai 30 miliardi di dollari l’anno, nessuno dei consumatori sa se il prodotto sia stato testato sugli esseri umani e quali siano i reali effetti sulla salute. Ciò verrebbe a dipendere, secondo Reid, da una vera e propria impasse burocratica.

Come dice lo stesso Reid,:“ In Europa, i burocrati hanno istituito un sistema che ha finora rifiutato di riconoscere gli eccellenti risultati di studi clinici”.

Negli USA è possibile, invece, testare un prodotto che si ritiene avere effetti benefici sulla salute dell’uomo solo se viene classificato come farmaco in senso proprio, cosa che impedisce quindi ai ricercatori americani di verificare se un prodotto probiotico, che sarebbe “ideato” per accrescere i benefici degli intestini ma non gode di tale titolo, abbia realmente degli effetti migliorativi nella salute dei consumatori.

Ne consegue, come dice lo stesso Reid, “un vicolo cieco”, nel quale da una parte la massa dei consumatori viene lasciata in balia delle onde del mercato, dall’altra la più completa ignoranza delle istituzioni e della ricerca sui reali effetti di questi prodotti.

La proposta di Reid mira quindi a istituire un sistema attraverso il quale un prodotto probiotico sia riconosciuto come tale solo dopo aver sostenuto una batteria di test che ne certifichi la qualità.

Se ciò fosse possibile, la sola realizzazione di questo semplicissimo, e per certi versi, naturale criterio, riformerebbe e rivoluzionerebbe completamente il mercato dei prodotti probiotici.

Ciò, infatti, costringerebbe le aziende produttrici a certificare il loro prodotto attraverso test su esseri umani o addirittura a chiamarlo con un termine diverso da quello fin troppo seducente di prodotto probiotico.

Secondo Reid dovrebbero essere previste per la certificazione di questi prodotti tre diverse categorie, o come dice lo stesso, timbri, cosa che permetterebbe ad ogni consumatore di conoscere con esattezza ciò che sta per mangiare. Per bambini ed anziani, inoltre, la certificazione di questi prodotti dovrebbe avvenire con una ancor più alta definizione dei requisiti e un gruppo di esperti sarebbe chiamato per verificarne il raggiungimento.

Al dibattito suscitato dalla proposta di Reid ha voluto prender parte anche Glenn Gibson, professore presso l’Università di Reading nel Regno Unito ed esperto internazionale di alimenti probiotici, il quale così ha commentato: “ L’idea ha chiaramente merito data l’attuale confusa situazione per i consumatori, ma le autorità di regolamentazione hanno il coraggio di prendere in considerazione  qualcosa di così sensato? Purtroppo ne dubito, anche se dato l’alto profilo della pubblicazione su Nature, e la sincerità dell’idea, posso solo vivere nella speranza.”

http://www.eurekalert.org/pub_releases/2012-05/lhri-lrc052412.php

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